Pankow: la censura della DDR e il rock teatrale

Copertina album Paul Panke

Questo viaggio non era mio. Ero lì come accompagnatore, un oggetto di scena. Era il viaggio di Carlotta, la mia ragazza di allora. Bella, intelligente e capricciosa, studiava architettura e aveva una passione quasi religiosa per il brutalismo. Cemento, spigoli, palazzoni alieni: tutte cose che a lei facevano brillare gli occhi, e a me, al massimo, facevano venire voglia di cambiare strada.

Non mi sorpresi molto quando Carlotta mi disse: “Andiamo a Berlino, c’è un tour pazzesco di architettura brutalista!!! Ci tengo tantissimo”. Sapevo già di non avere potere decisionale. Non era una proposta, mi stava solo informando. Immaginatevi: io, che all’epoca non distinguevo una palazzina da una casa, ovviamente le dissi che ero entusiasta dell’idea. In realtà un po’ lo ero davvero: non ero mai stato a Berlino e l’idea di vedere l’Olympiastadion, dove avevamo appena vinto i mondiali contro la Francia l’anno prima, mi faceva battere il cuore. Peccato che dopo scoprii che era neoclassico e non brutalista, quindi non rientrava nel tour. Vabbè.

Berlino tra architettura…

Arrivammo a Berlino. Lei raggiante con la sua mappa e la guida architettonica sottobraccio, io stanco morto (avevo salutato gli amici il giorno prima, facendo le ore piccole) con in mano il vocabolario di tedesco che non aprii mai. Parlavo un inglese sgangherato e di tedesco sapevo solo dire “danke”.

Quando arrivò il giorno del tour mi ritrovai in mezzo a cinquanta persone raccolte attorno a una guida, tutte in silenzio, a contemplare muri grigi, finestre quadrate, strutture ciclopiche. Si partì dalla Technische Universität Berlin, seconda tappa la Deutsche Oper Berlin. Carlotta era al settimo cielo. Io? Smarrito, trascinato in una corrente culturale che mi scivolava addosso come acqua. La mia adorabile fidanzata aveva ormai dimenticato la mia esistenza.

 Technische Universität Berlin

Quando finalmente mi ritrovai completamente all’esterno, incontrai uno sguardo simile al mio: smarrito, annoiato e chiaramente ostaggio dei brutalisti. Sapevo che il mio tedesco non bastava per attaccare bottone, quindi mi rassegnai alla solitudine. Invece fu lui ad avvicinarsi, salutandomi in italiano. Mi spiegò che mi aveva sentito parlare prima con la mia ragazza. Fu così che conobbi Luca.

…e qualche buona conoscenza

Si era trasferito a Berlino qualche anno prima, inseguendo l’amore. Aveva conosciuto Klaus a Milano durante uno stage, colpo di fulmine immediato. Quando Klaus dovette tornare a casa, Luca lo aveva seguito senza pensarci due volte. Klaus condivideva la stessa passione di Carlotta, e Luca condivideva il mio disinteresse. Questo ci fece sentire immediatamente affini. Dopo un quarto d’ora avevamo già escogitato un piano di fuga, semplice ed efficace: lasciare il gruppo andare avanti fino a perderlo di vista, poi andare a bere qualcosa insieme. Nel caso qualcuno avesse chiesto, avremmo detto di essere rimasti così assorti davanti a qualche quadrato di cemento che, quando ce ne siamo accorti, il gruppo era sparito. E avevamo deciso di aspettare la loro chiamata per non interrompere un momento così importante. Infallibile.

Luca conosceva già Berlino, e mi portò nel Kreuzberg, il quartiere punk storico della città, in un bar che frequentava. “Devi assolutamente assaggiare il Tschunk,” mi disse.

Il Tschunk: il cocktail della scena hacker berlinese

Nelle zone dell’ex Berlino Est, tra i locali frequentati da programmatori e appassionati di tecnologia, è nato negli anni ’90 un cocktail che sarebbe diventato il simbolo di un’intera subcultura urbana. Il mito racconta che il Tschunk venne inventato nel contesto del Club Forschung, un locale dell’ex Germania Est, e si diffuse rapidamente tra i membri del Chaos Computer Club e della scena hacker europea.

La ricetta? Una rivisitazione berlinese della caipirinha: al posto dell’acqua o della soda, viene usato il Club-Mate, una bevanda gassata alla yerba mate che contiene caffeina. Alcol più caffeina, la combinazione perfetta per le lunghe notti passate davanti ai computer o nei club della città, dove la controcultura digitale si mescolava alla vita notturna berlinese. Il Tschunk divenne così popolare nella scena hacker da essere servito regolarmente durante eventi informatici in tutta Europa, trasformandosi da esperimento locale a drink di culto.

Cocktail berlinese Tschunk con bottiglia di Club Mate e bicchiere con lime, su sfondo brutalista nei colori della bandiera tedesca
Il Tschunk, cocktail simbolo di Berlino, rappresentato con estetica brutalista e colori della bandiera tedesca

Ingredienti:

Preparazione: bisogna innanzitutto tagliare il lime a spicchi e pestarlo in un bicchiere insieme allo zucchero di canna. Dopo di che, un bel po’ di ghiaccio tritato fino a riempire circa metà del bicchiere e del rum. Una mescolata e via con il Club-Mate ghiacciato. A questo punto è pronto da bere.

Il cocktail underground

Vi confesso che all’inizio non l’ho trovato un granché, ma arrivato al quarto era diventato il mio cocktail preferito. Il posto mi piacque subito. Luca mi raccontava che quello era il tipico ambiente underground che aveva reso Berlino così famosa. E scoprii che anche lui era un appassionato di musica, quando gli chiesi se conosceva la canzone che stava suonando dentro il locale, mi disse: “Certo, è Gib mir’n Zeichen (“Dammi un segno”) dei Pankow”. Lui li adorava, una passione ereditata da Klaus.

Io sentivo quel suono metallico e nervoso, non capivo una parola, però sentivo – o forse intuivo – il senso. Era musica che non voleva piacere a tutti, non voleva mettersi in mostra. Sembrava fatta per graffiare, per raccontare qualcosa che ribolliva sotto la superficie. Luca mi raccontò subito che quella band aveva segnato un’epoca. E di conseguenza una generazione.

I Pankow: rock e teatro nella DDR

I Pankow nascono nel 1981 a Berlino Est, all’interno della complessa struttura della Repubblica Democratica Tedesca (DDR): un sistema di regole, compromessi, permessi e confini sia fisici sia mentali. In un contesto del genere, fare musica rock nella DDR non era semplice. Soprattutto se non seguivi certi canoni. I Pankow scelsero una strada precisa, che all’inizio rese tutto molto più complicato: la “sovversione estetica”.

Sovversione senza cartelli (ma con personaggi, teatro e sarcasmo)

La parola “sovversione estetica” suona importante, ma la cosa è più semplice di quanto sembri: i Pankow sovvertono non solo con ciò che dicono, ma con come lo dicono. Invece di scrivere canzoni di protesta lineari – tipo “abbasso il governo” urlato nel megafono – loro costruiscono:

E qui entrano in scena i temi del paradosso e dell’ironia. Non ironia da meme, ironia non immediata, che necessita di un pizzico di riflessione.

André Herzberg, frontman dei Pankow

Un esempio perfetto lo racconta lo stesso André Herzberg, frontman storico della band, parlando del loro spettacolo Hans im Glück. A volte il pubblico giovane si lasciava trascinare dal ritmo e finiva per cantare frasi come “È tutto una merda” o “Sempre con il culo contro il muro”, identificandosi completamente con quei personaggi negativi, mentre quello che voleva la band era invitare a una riflessione più profonda e aumentare consapevolezza.

Questo è il trucco dei Pankow: ti fanno ballare, ti fanno cantare, e poi ti lasciano lì con una domanda che non se ne va.

Il nome: un insulto politico trasformato in bandiera

Già la scelta del nome riflette tutto questo. Pankow è il nome di un quartiere berlinese, quello dove abitava André Herzberg. Ma c’è di più. Fin dagli anni ’50, nella Germania Ovest quel nome era diventato un insulto politico. Perché? Semplice: dopo il 1945, gli alti funzionari del regime socialista (SED) si erano sistemati proprio lì, a Niederschönhausen, una zona di Pankow. C’era pure Wilhelm Pieck Presidente della DDR.

Così, nei media occidentali, “Pankow” divenne sinonimo di regime illegittimo: non uno Stato vero, ma una cricca di burocrati barricati in una villa sorvegliata. Dire “le decisioni dei Pankow” equivaleva a dire: non prendeteli sul serio. Oltre a questo, il fatto che Pankow abbia una certa assonanza con “punk” rese la scelta ancora più azzeccata.

La formazione iniziale dei Pankow era:

Pankow

E con Herzberg come frontman – personaggio istrionico, eclettico, magnetico, a metà tra Peter Gabriel (Genesis) e un attore di teatro – le loro esibizioni avevano una potenza teatrale impressionante. Questo fu evidente fin da subito, con Paule Panke del 1981, lo spettacolo rock che li fece conoscere ai giovani della DDR. Un successo immediato: premi ufficiali e concerti sold out.

Peccato che Paule Panke si sia scontrato subito con la censura della DDR. E quando dico “scontrato”, intendo proprio nel senso letterale: l’album non verrà mai registrato e solo il concerto live di Paule Panke dell’82 uscirà come vinile nel 1989, sette anni dopo quella performance.

Berlino negli anni ’80: vivere in una città divisa

Mentre Luca mi raccontava dei Pankow mi rendevo conto che non capivo davvero cosa significasse fare musica a Berlino Est negli anni ’80. Cioè, sapevo del Muro, ovvio, ma poco altro. Una cosa è il muro, un’altra è capire cosa voglia dire vivere “al di qua”. Luca se ne accorse e mi disse: “Aspetta, facciamo un passo indietro. Sennò non capisci perché Paule Panke è finito censurato per sette anni.”

E così, tra un Tschunk e l’altro, mi raccontò la storia di una città divisa. E di come quella divisione non fosse solo un muro di cemento, ma un sistema intero che condizionava tutto: cosa potevi dire, dove potevi andare, che musica potevi fare.

Come si arriva a una città tagliata in due

Facciamo un salto indietro. 1945, la Germania esce distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale e le potenze vincitrici la dividono in quattro zone: americani, inglesi, francesi e sovietici, ognuno con la sua fetta. Anche Berlino, pur trovandosi nel bel mezzo della zona sovietica, viene spartita allo stesso modo. All’inizio doveva essere una cosa temporanea, giusto il tempo di sistemare il casino. E invece no.

Nel giro di pochi anni, la collaborazione tra ex alleati va a pezzi. Inizia la Guerra Fredda, e Berlino si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato: diventa il punto in cui Est e Ovest si toccano fisicamente, la città dove due mondi completamente diversi si guardano in faccia.

Nel 1948-49 c’è già la prima grande crisi: il blocco di Berlino. I sovietici cercano di tagliare fuori Berlino Ovest bloccando tutti gli accessi terrestri. Gli occidentali rispondono con un ponte aereo che dura mesi: aerei che atterrano ogni pochi minuti per portare cibo, carbone, medicine. Un’operazione pazzesca che diventa subito il simbolo dello scontro tra i due blocchi.

Mappa della città di Berlino divisa per zone di influenza e controllo

Nel 1949 la divisione della Germania diventa ufficiale: nasce la Repubblica Federale Tedesca (BRD) a Ovest e la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) a Est. Due Stati, due sistemi, due Germanie. E Berlino? Resta divisa a metà. Berlino Est diventa la capitale della DDR, mentre Berlino Ovest rimane un’enclave occidentale circondata dal territorio della DDR. Un’isola capitalista in mezzo al socialismo.

Il problema dell’emigrazione

Nei primi anni della DDR, però, c’è un problema enorme: la gente scappa. E scappa parecchio. Tra il 1949 e il 1961, circa 2,7 milioni di persone lasciano la DDR per andare a Ovest. E non sono numeri casuali: spesso sono lavoratori qualificati, medici, ingegneri, professionisti. Gente che alla DDR serve.

Berlino, in questo senso, è il punto debole del sistema. Il confine tra Est e Ovest in città è ancora relativamente permeabile: puoi prendere la metro in un settore e scendere nell’altro. Non è facilissimo, ma si può fare. E infatti moltissimi lo fanno.

Per la leadership della DDR questa emorragia è una minaccia esistenziale. Come fai a dire che il tuo sistema funziona se metà della popolazione, appena può, se ne va? E così arriva la soluzione drastica.

La costruzione del Muro

Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, la DDR decide di chiudere tutto. Nasce il Muro di Berlino. E quando dico “muro”, non intendo un semplice muro: è un sistema complesso di barriere, filo spinato, torri di guardia, zone di sicurezza, cani, soldati armati. Un confine militarizzato che non serve a tenere fuori i nemici, ma a tenere dentro i cittadini.

L’impatto è immediato e devastante. Famiglie divise da un giorno all’altro. Strade tagliate a metà. Persone che abitano a 200 metri di distanza ma non possono più vedersi. La libertà di movimento, che in Occidente diamo per scontata, nella DDR diventa un privilegio concesso solo in casi eccezionali. Vuoi andare a Ovest? Devi chiedere il permesso. E molto probabilmente te lo negano.

Due mondi a confronto

Quando arriviamo agli anni ’80, la divisione è ormai normalizzata. Molti giovani non hanno mai conosciuto altro. La Berlino divisa non è più un evento traumatico, è la realtà quotidiana. Ma questo non significa che la situazione sia stabile.

Berlino Ovest è una vetrina del capitalismo in mezzo al blocco sovietico. È sovvenzionata massicciamente dall’Occidente proprio per questo motivo: deve brillare, deve mostrare che il sistema occidentale funziona. E infatti diventa un luogo culturalmente vivacissimo, con una scena artistica, musicale e underground incredibile. Anche perché, essendo un’isola, attira chi cerca libertà, sperimentazione, trasgressione.

Berlino Est, invece, è la capitale della DDR. Concentra istituzioni politiche, università, teatri, case discografiche. Non è che non ci sia cultura, anzi. Ma è una cultura organizzata, regolamentata, soggetta a controlli. Se vuoi fare un concerto, devi avere il permesso. Se vuoi pubblicare un disco, questo passa dalla casa discografica statale. E se i tuoi testi non piacciono, semplicemente non esci.

Vivere nella DDR: tra welfare e controllo

Bandiera della Deutsche Demokratische Republik

La DDR non è solo repressione. Ci sono anche aspetti positivi, o almeno percepiti come tali. Il sistema garantisce istruzione gratuita, sanità universale, piena occupazione (almeno sulla carta). Per molte persone, soprattutto quelle che non hanno ambizioni di viaggiare o di contestare il sistema, la vita è abbastanza tranquilla. C’è una certa sicurezza materiale.

Il problema era che questa sicurezza ha un prezzo: la libertà. L’economia pianificata funziona male, i beni di consumo sono scarsi o di bassa qualità, l’innovazione tecnologica è limitata. E soprattutto, non puoi scegliere. Tutto è deciso dall’alto: dove lavorare, cosa studiare, dove vivere.

E poi c’è il confronto con l’Ovest. Ed è qui che le cose si complicano davvero. A pochi chilometri c’è un altro Stato tedesco, con la stessa lingua, con legami familiari (per quanto limitati), con una televisione che molti riuscivano a captare. In gran parte della DDR – Berlino inclusa – si potevano ricevere i canali televisivi e radiofonici occidentali.

Questa “finestra” sull’Ovest è un problema enorme per il regime. Come fai a controllare l’informazione quando la gente può vedere la TV della Germania Ovest e confrontare? Il risultato è che molti cittadini della DDR vivono in una sorta di doppia realtà: la propaganda ufficiale da un lato, le immagini dell’Ovest dall’altro.

La Stasi e l’autocensura

Logo della Stasi - Ministerium für Staatssicherheit

E poi c’è la Stasi. Il Ministero per la Sicurezza di Stato, l’apparato di sorveglianza della DDR. Un sistema capillare di controllo e spionaggio che penetra ovunque: nei posti di lavoro, nelle università, nei bar, persino nelle famiglie. Si stima che la Stasi avesse circa 90.000 dipendenti a tempo pieno e circa 189.000 “collaboratori informali”, cioè persone comuni che spiavano amici, colleghi, vicini di casa.

L’effetto non era solo la repressione diretta. Era soprattutto il clima che creava: non sapevi mai chi potesse riferire cosa. E quindi stavi attento a cosa dicevi, a come ti comportavi, a quali battute facevi. Si sviluppava una forma di autocensura quasi automatica. Capire dove e quando parlare liberamente era diventata una competenza sociale indispensabile.

Sul piano culturale, questo clima favoriva linguaggi indiretti: metafore, ironia, allegorie, personaggi grotteschi che somigliavano troppo a quelli reali ma non abbastanza da poter essere accusati direttamente. E i Pankow, in questo, erano maestri.

Gli anni ’80: la crisi di legittimazione

Negli anni ’80 la DDR inizia a scricchiolare. L’economia arranca, i problemi strutturali si accumulano, e soprattutto, la società mostra segni di stanchezza. Soprattutto tra i giovani, la frustrazione cresce. Non è solo una questione economica, è una crisi di prospettiva. La sensazione che il sistema non possa cambiare, che tutto resterà uguale per sempre.

Mikhail Gorbačëv

Il regime, guidato da Erich Honecker, tiene la linea dura. Niente riforme, niente aperture. La DDR è perfetta così com’è, secondo lui. Ma la realtà è diversa. La gente vuole più libertà, più possibilità di viaggiare, più spazio per esprimersi.

E poi, a metà anni ’80, arriva Mikhail Gorbačëv in Unione Sovietica con le sue riforme: Perestrojka e Glasnost. Apertura, trasparenza, cambiamento. In tutta l’Europa orientale iniziano processi di trasformazione. Tranne che nella DDR, dove Honecker continua a dire che va tutto bene.

1989: il crollo del Muro di Berlino

Nell’estate del 1989 la situazione esplode. Migliaia di cittadini della DDR cercano di scappare attraverso l’Ungheria, che ha aperto il confine con l’Austria. Altri si rifugiano nelle ambasciate della Germania Ovest, a Praga e Varsavia. È un esodo di massa, visibile, impossibile da nascondere.

In parallelo, in tutta la DDR esplodono le proteste. Le più famose sono le manifestazioni del lunedì a Lipsia, che crescono settimana dopo settimana: da poche centinaia a migliaia, poi decine di migliaia di persone che scendono in piazza. Chiedono libertà di movimento, riforme, trasparenza, elezioni libere.

Il regime non sa più come rispondere. La repressione di massa è ormai impossibile, il contesto internazionale è cambiato, l’URSS non interverrà più per salvare i regimi alleati.

E così arriviamo al 9 novembre 1989. In una conferenza stampa confusa, un funzionario del governo annuncia che le nuove regole per i viaggi verso l’Ovest entreranno in vigore “immediatamente”. È un errore, una comunicazione maldestra, ma ormai è fatta. Migliaia di berlinesi si riversano ai valichi di frontiera. Le guardie, sopraffatte e senza ordini chiari, alla fine aprono. Il Muro di Berlino cade.

Non con le esplosioni, non con le ruspe. Cade perché migliaia di persone decidono, insieme, che non esiste più.

Dopo il Muro: la riunificazione e il cambiamento

Il 3 ottobre 1990 la DDR cessa di esistere. I suoi territori vengono integrati nella Repubblica Federale Tedesca. La riunificazione tedesca è rapida, forse troppo. L’economia dell’Est viene convertita al sistema di mercato in tempi compressi, con conseguenze pesanti: fabbriche chiuse, disoccupazione di massa, svalutazione delle competenze acquisite nel sistema precedente.

Giovani scavalcano il muro di Berlino

Anche per gli artisti il cambiamento è radicale. Da un giorno all’altro, le case discografiche statali spariscono, i circuiti culturali si trasformano, le logiche di produzione e distribuzione diventano altre. C’è più libertà, sì, ma anche molta più competizione. E non tutti riescono ad adattarsi.

Per i Pankow il 1989 è uno spartiacque. La loro musica, nata dentro quel sistema, improvvisamente si trova in un mondo completamente diverso.

Torniamo a Paule Panke

“Ecco,” mi disse Luca finendo il suo Tschunk, “ora capisci perché Paule Panke è rimasto sette anni nei cassetti. Non era solo una questione di testi. I Pankow raccontavano una realtà che il regime voleva nascondere: la noia, la frustrazione, la voglia di qualcosa di diverso.”

Paule Panke: l’opera rock censurata dalla DDR

Nel 1981, Paule Panke nasce come “Rockspektakel”, ovvero opera rock. La band è ancora agli inizi ma ha già le idee chiarissime: il rock non è una semplice scaletta di brani, è un racconto scenico, con personaggi, situazioni riconoscibili e una forte componente teatrale. In Paule Panke si racconta una settimana (o meglio, una giornata tipo ripetuta per tutta la settimana) nella vita di un apprendista metalmeccanico, fino al momento tanto atteso del fine settimana.

La storia segue il protagonista dalle difficoltà del risveglio mattutino, attraverso la monotonia del lavoro, fino alla tristezza del tempo libero.

L’idea è semplice: parlare ai giovani nella loro lingua, con i loro problemi. Mostrare, attraverso l’esempio di Paule Panke, che una partecipazione attiva alla risoluzione delle questioni sociali è auspicabile, ma impossibile senza affrontare i conflitti apertamente. E siccome la band parlava senza filtri di Bevormundung (tutela paternalistica), noia e uniformità della vita quotidiana nella DDR, lo spettacolo raggiunse rapidamente lo status di culto tra i giovani.

Tra la censura e il successo

Le autorità culturali della DDR, ovviamente, trovarono il contenuto problematico. Per Amiga, la casa discografica statale, le storie dell’apprendista Paule non erano “realistiche”. Il personaggio principale era considerato un “cronico lamentoso, brontolone e musone”, e l’opera aveva “debolezze ideologiche”. Insomma, non andava bene.

Eppure, nonostante tutto, Paule Panke ebbe un successo enorme. Venne portato in giro come spettacolo in centri culturali, piccoli teatri e palchi all’aperto. Le cifre variano a seconda delle fonti, ma il dato ricorrente è che lo spettacolo venne eseguito circa 200 volte, raggiungendo decine di migliaia di giovani – tra i 50.000 e i 100.000 spettatori complessivi secondo le stime. Questo significa che Paule Panke diventò un fenomeno soprattutto attraverso il circuito “dal vivo”, non attraverso il mercato discografico.

Inoltre, venne trasmesso più volte alla radio statale, la band ricevette supporto finanziario durante le prove e persino un premio nel concorso per interpreti del 1982. Ma nonostante ciò, alla band fu negata la pubblicazione su disco presso Amiga. Il frontman André Herzberg ricordò:

La naturalezza con cui venne rifiutato era chiara. Non succederà. Il divieto è una profonda esperienza della DDR, non puoi farci niente, è come cemento!

Solo nell’anno della svolta, il 1989, Paule Panke appare finalmente presso Amiga. Come spesso accadeva nella DDR, è il risultato di tenaci zigzag nella politica culturale. L’album è pubblicato dalla produttrice Luise Mirsch proprio mentre tutto sta crollando.

Questa storia rappresenta perfettamente le contraddizioni della politica culturale della DDR: un’opera che aveva enorme successo popolare, vinceva premi ufficiali e veniva trasmessa alla radio, contemporaneamente era considerata troppo sovversiva per essere pubblicata su disco.

Dentro l’album: una giornata dall’alba al tramonto

Il rockspektakel è composto da 14 tracce che seguono cronologicamente una giornata nella vita dell’apprendista metalmeccanico Paule Panke.

LATO A – Il Mattino e la Giornata Lavorativa

Si parte con Rede (Discorso), una breve introduzione parlata di appena 43 secondi che fa la parodia dei tipici discorsi ufficiali della DDR. È un modo ironico di aprire lo spettacolo: ti aspetti retorica, e invece arriva la realtà.

Poi c’è l’Ouvertüre (Ouverture), l’apertura strumentale che introduce l’atmosfera. Due minuti e mezzo di musica che ti preparano a quello che sta per arrivare.

E poi inizia davvero. Ich Komm Nicht Hoch (Non riesco ad alzarmi) è la canzone in cui Paule canta mentre è sdraiato su un letto di ferro, sul palco. “I pensieri sono grigi, lo stomaco è a pezzi, la saliva sa di amaro”. Deve lavarsi i denti, prendere il carbone, riscaldare la stufa, senza far arrabbiare la madre. Chiunque abbia mai odiato la sveglia mattutina si riconosce immediatamente.

Segue il Frühstückswalzer (Valzer della colazione), un breve interludio musicale. Poi arriva Tempo, la fretta della mattina per non fare tardi al lavoro. E l’Omnibuslied (Canzone dell’autobus), il viaggio verso la fabbrica. Routine pura.

Ma il pezzo più iconico del lato A è Werkstattsong (Canzone dell’officina). Cinque minuti e 23 secondi di ritmo frenetico con suoni originali dalla sala macchine. Herzberg canta della fatica del lavoro:

“Quando arriva finalmente una pausa,

Ho sete di una bibita gialla,

Ma continuo a limare come un gufo,

Su questo pezzo di ferro spesso

Da settimane ormai,

Mi rende tutto caldo e storto”.

È la monotonia del lavoro in fabbrica trasformata in musica.

Poi c’è Pause, la pausa pranzo. Un momento di respiro. E infine Sitzung (Riunione), che prende in giro le riunioni politiche o sindacali obbligatorie. Quelle che non servono a niente ma devi esserci per forza.

LATO B – Dopo il Lavoro e la Sera

Il lato B inizia con Nach Der Arbeit (Dopo il lavoro), il momento di liberazione. Finalmente puoi uscire dalla fabbrica.

E poi arriva Freitag (Venerdì), un rockeggiante blues con un’intro alla Rolling Stones in cui Paule celebra la fine della settimana lavorativa: “La settimana è finita!” e “Oggi succederà qualcosa!” Il brano trabocca di voglia di vivere. Finalmente il lavoro è finito.

Ma la parte interessante è quello che viene dopo. Discosong prende in giro la generazione delle discoteche, rappresentando la ricerca disperata di divertimento e svago. E subito dopo c’è Nach Der Disco (Dopo la discoteca): la delusione e la tristezza dopo la serata. Probabilmente non è andata come speravi. Anche il tempo libero, alla fine, non porta vera libertà o felicità.

E poi l’album chiude con Komm Aus’m Arsch (Muovi il culo / Svegliati). Cinque minuti e 32 secondi che possono essere interpretati come un invito a svegliarsi e a reagire. Il cerchio si chiude, ma con un messaggio che va oltre la semplice narrazione della giornata.

“Capisci?” mi disse Luca. “Non è solo un racconto. È una fotografia di un’intera generazione. La giornata di Paule è la giornata di migliaia di ragazzi della DDR. Ti svegli stanco, lavori senza senso, aspetti il weekend che poi ti delude. E il giorno dopo ricomincia tutto da capo.”

Teatro e musica: Peter Gabriel dietro la Cortina di Ferro

In Paule Panke, la trama e la musica sono quasi equivalenti in importanza. La rappresentazione visuale è affidata principalmente al frontman André Herzberg, che – come Peter Gabriel nei primi anni dei Genesis – amplifica visivamente i testi cantati con elementi teatrali.

Lo spettacolo rappresenta la giornata dall’alba al tramonto, mostrando la ripetitività alienante della vita di un giovane lavoratore nella DDR: le difficoltà mattutine, la monotonia del lavoro in fabbrica, le riunioni inutili e persino la tristezza del tempo libero. È proprio questa rappresentazione onesta e senza filtri della vita quotidiana che rende Paule Panke così popolare tra i giovani e così pericoloso agli occhi delle autorità.

Ascoltato oggi, su vinile, si sente che questo disco nasce come live: il suono è ruvido, fisico, con quell’energia da palco che non si può ricostruire in studio. E fa impressione pensare che Amiga lo pubblica nel 1989: un concerto del 1982 che arriva sulle puntine proprio mentre la DDR sta per scomparire, come una cartolina consegnata con sette anni di ritardo.

Altre canzoni iconiche dei Pankow: tra protesta e ambiguità

“Hans Negativ”: quando una canzone diventa un ritratto del sistema

Luca, ormai lanciato nel discorso, continuava a parlarmi dei Pankow. Mi parlò di altre canzoni, di altri episodi. A un certo punto tirò fuori il telefono e mi fece leggere il testo di Hans Negativ, una canzone che – secondo lui – riassumeva perfettamente la bravura dei Pankow di essere ambigui e universali, allo stesso tempo.

“Die Luft ist vergiftet

Die Gewässer vermistet

Das Land ausgesaugt

Von Geiern beklaut

Vom Hunger geplagt

Von Krankheit zernagt

Ohne Rast, ohne Ruh’

Geht’s dem Untergang zu

Städte veröden

Die Leute verblöden

Durch die Arbeit zerhackt

In Familien versackt

Im Konsum ertrunken

Ins Fernseh’n versunken

Ohne Rast, ohne Ruh’

Geht’s dem Untergang zu

Alles Scheiße

Ob in Nord, Ost, Süd oder West

Immer nur Horror

Und geistige Pest”

Anche senza tradurlo parola per parola, il senso arriva come un pugno: aria avvelenata, acque rovinate, città che si svuotano, gente stanca, lavoro che ti “taglia a pezzi”, consumo e TV come anestesia. E poi il colpo finale: “tutto una merda, a Nord Est Sud Ovest”.

“Vedi?” mi disse Luca. “È abbastanza universale da poter essere letto come critica generale della modernità, ma abbastanza concreto da essere interpretato come ritratto della DDR. Questa ambiguità è molto Pankow: la canzone non ti mette un cartello in mano, ma ti lascia una frase addosso.”

Rock for Peace 1983: lo scandalo come performance

E poi mi raccontò dell’episodio più famoso. Il 29 gennaio 1983, festival Rock for Peace al Palazzo della Repubblica. Herzberg si presenta sul palco con un’uniforme della Wehrmacht (forze armate naziste) e proclama parallelismi tra la Germania nazista e la DDR, davanti a funzionari della SED (Partito Socialista Unificato) e della FDJ (Gioventù Libera Tedesca). La trasmissione televisiva viene interrotta.

“È uno di quei momenti,” mi spiegò Luca, “in cui capisci che per i Pankow il palco non è solo intrattenimento. È un luogo dove puoi far saltare il copione in pochi secondi. E in un contesto come la DDR, far saltare il copione davanti alle autorità non era una semplice bravata rock: era un gesto con conseguenze.”

“Er will anders sein”: il ritornello che diventa slogan

Un’altra canzone che Luca mi fece ascoltare fu Er will anders sein (Lui vuole essere diverso). Il testo dice:

“Manchmal will er sowieso / Weg nach Irgendwo. /

Aber er haut nicht ab in einen andern Ort, / Er rennt nicht vor Problemen fort. /

Abzuhau’n fällt ihm nicht ein / Er will doch ganz anders sein. / …

Er will anders sein, / Er will ganz anders sein.”

Che in italiano suonerebbe, più o meno, così:

“A volte vorrebbe

Andare comunque da qualche altra parte.

Ma non scappa in un altro posto,

Non scappa dai problemi.

Scappare non gli passa nemmeno per la testa

Vuole essere completamente diverso.

…Vuole essere diverso,

Vuole essere completamente diverso.”

Secondo varie ricostruzioni, quel ritornello ai live veniva scandito in coro. È una di quelle cose che fanno capire quanto la musica, in certi contesti, diventi un luogo dove dire ad alta voce ciò che nella vita quotidiana resta strozzato.”

“Doris” e il basso fretless: quando il suono parla da solo

L’identità dei Pankow non è solo nei testi ma nella musica. Nel caso della band, viene spesso citato il bass intro fretless di Jäcki Reznicek in Doris come uno dei più riconoscibili della DDR-rockmusik. Un intro che ti aggancia e ti fa capire immediatamente che sei in quel mondo lì.

Questo ci ricorda che, sì, i Pankow sono “testo e teatro”… ma hanno anche momenti in cui il suono parla da solo.

“Langeweile” e “Gib mir’n Zeichen”: la frustrazione come lingua comune

Dall’album Aufruhr in den Augen (Rivolta negli occhi) arrivano due canzoni che segnano un altro livello di tensione. Langeweile (Noia):

“Dasselbe Land zu lange gesehn’

Dieselbe Sprache zu lange gehört.

Zu lange gewartet, zu lange gehofft

Zu lange die alten Männer verehrt.

Ich bin rum gerannt,

Zu viel rum gerannt.

Und ist doch nichts passiert”

“Stesso paese, stessa lingua, vecchi uomini venerati, troppo aspettare, troppo sperare, e non succede niente,” commentò Luca. “È un testo che, letto oggi, sembra incredibilmente diretto e attuale.”

E Gib mir’n Zeichen (Dammi un segno), quella che stava suonando nel bar, durante quella conversazione:

“Komm ich hol dich raus, raus, raus

Dann geh’n wir hier weg.

Gib mir ‘n Zeichen,

Die andern brauchen es nicht zu sehn.

Gib mir ‘n Zeichen.”

“Dai, ti tiro fuori, poi ce ne andiamo. Dammi un segno, gli altri non devono vederlo, Dammi un segno” suggerisce complicità, fuga, paura del controllo. È quasi cinema.

La reazione dall’alto: quando una band finisce nel radar della SED

Ovviamente, questa musica non passò inosservata. Hans Albrecht, primo segretario SED a Suhl, reagì duramente alle “provocazioni” e si chiese pubblicamente perché gruppi del genere avessero spazio per apparire perfino in TV.

“Ma qui c’è una cosa interessante,” mi spiegò Luca. “L’atteggiamento dello Stato verso certe band poteva essere ambivalente. Critiche e attacchi non volevano dire automaticamente ‘sparizione’. A volte significavano: ti controllo, ti contesto, intanto esisti, sei popolare e devo gestirti. È complicato.”

Quando finalmente Carlotta e Klaus ci raggiunsero dal tour – raggianti e pieni di racconti su pilastri di cemento armato – Luca mi aveva convertito in un fan sfegatato dei Pankow.

Non so se Carlotta se ne accorse (era abbastanza infastidita dal mio essere alticcio, maledetti Tschunk), ma quando tornammo a casa avevo con me qualcosa di più di un ricordo di Berlino. Avevo scoperto una band che raccontava dal di dentro una storia che conoscevo da fuori, in una lingua che non capivo, ma che sentivo perfettamente.

I Pankow mi avevano fatto capire che la musica, a volte, non è solo musica. È un modo per dire quello che non puoi dire. È un posto dove puoi essere diverso, anche solo per tre minuti puoi diventare un attore di teatro, indossare una maschera e sovvertire tutto. È un grido che diventa coro.

Se volete scoprire di più sui Pankow

Questa è solo la punta dell’iceberg della storia dei Pankow. La band ha continuato a pubblicare album, attraversando la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca. La loro discografia è un viaggio attraverso la DDR e oltre, con album come Keine Stars (1986), Aufruhr in den Augen (1988), e molti altri dopo il 1989.

Se questa storia vi ha incuriosito e volete ascoltare la loro musica, abbiamo preparato la nostra speciale playlist Spotify con i brani più iconici dei Pankow, inclusi quelli di cui abbiamo parlato in questo articolo.

I Pankow meritano di essere ascoltati, capiti, e – perché no – anche ballati. Perché alla fine, come diceva Herzberg, la musica è un modo per dire: Er will anders sein. Lui vuole essere diverso. E forse, in fondo, lo vogliamo tutti.

Fonti

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